E’ fatto giorno”. Cadenzerebbe ancora tra parole e ritmi desueti il verso di Rocco Scotellaro e la sua arabesca Tricarico, lucente sul Basento. Le voci dei suoi Eden bucolici sono rinvigorite nel nuovo scrittorio lucano, nel teatro umano di una voce giovane d’anagrafe ma carca di vigore e genialità, quasi il caso volesse Donato Montesano co-erede di un redivivo mondo in transizione. 

Ho incontrato Donato e le sue parole misurate, il suo sguardo incontaminato dagli arzigogoli dei pensanti perbenisti. È progenie di L.F. Céline, degli idealismi seriosi di chi “è così che uno chiama i propri istinti vestiti di paroloni” nel suo umano “viaggio al termine della notte”. 

I grandi scrittori non mangiano”, sua opera prima, è “come il viaggio di un viandante nella notte”, nel cui peregrinare interrogatorio nella dimensione di mondi interiori “ognuno ha sul suo cammino qualcosa che gli reca pena”.

Una lettura intensa ed intensiva, voilà! Ti sembra di esser quel suppellettile ontologico che ha, per grazia ricevuta, la fortuna causale di aggrovigliarsi, districarsi e dimenarsi in una tragicommedia composita in cui atavico e contemporaneo si rincorrono con tenacia, quasi condividendo con velata ferocia una saporita mondanità dell’esistenza.

Intellettualmente, le “cose” del volume risentono di una sorta di panpsichismo critico, in cui il nuovo evo umano è perenne altra dimensione del tempo passato. Sembra riecheggi il rifiuto all’estinzione delle storie che “non si potranno più sentir raccontare, su quelle colline sui cui probabilmente sono esistite per un paio di migliaia di anni” di William Butler Yeats. 

A farla da padrone, un enigma ancora irrisolto – forse irredimibile per il genere umano – dell’oracolo delfico sempre compresente ai variegati cortometraggi di luoghi, situazioni, dello stesso pathos. L’interrogazione esistenzialista è dimensione del tutto, non trova esimenti e decolla nella domanda puntuale del racconto più compenetrante tra il restante parterre dei 14 racconti, – satellite indiviso certamente, ma allo stesso tempo autonomo – in quella decadenza ieratica de “Gli eroi son tutti giovani e belli”. È qui che icasticamente l’interrogazione umana si condensa e deflagra: “Dove siamo diretti?”. Ecco l’assioma indiscusso dell’intero corpus del giovane Montesano! E non manca prepotente una risposta convincente, nelle delimitazioni dell’Essere plasmate in ogni sacrosanta pagina quanto nella chiusa all’opera, nella sperimentale “prova di romanzo” de “I poeti non muoiono mai”. In quella “Boa sorte” è l’infinitudine della risposta primordiale ad ogni destino umano, all’eroica Bellezza umana imperitura quanto il suo riscatto in una rivoluzione di coscienza.

I grandi scrittori non mangiano”, nella sua accorata ironia di espressività emotiva, è autodisciplina di interiorizzazione, azzarderei un “evenctus coscientiae”, un fatto dell’anima che si interroga trasbordata dal reale al surreale, dalla realità all’inconscio, dalla realità alla soprannaturalità. 

Ma l’opera – secondo azzardo – sembra anche un manifesto di semiotica, in cui ogni elemento è segno distintivo dettato da un senso di necessità del distacco, di necessità del vivere la vita nel filtro del suo intimo caleidoscopio. Quella stessa vita che, sorridendoti, esclama: “Ciao Sherwood Anderson!” e alla quale Donato, multi alter ego nei suoi racconti, “eteronimo” a se stesso ma sempre uno, sembra rispondere con i versi, facendoci danzare sopra ogni possibile stato d’animo: 

Molto ho scordato, sulle ali del vento, /e ho gettato rose, rose in tumulto tra la folla… Ti sono stato fedele, a modo mio”.

Il serial di questi racconti ha occhi chiusi che camminano verso la linea del tramonto, del quarto d’ora in cui non ci possono sempre essere disertori di sogni e dissidenza, di amori ballerini. Di anime che hanno soggiogato la loro ultima carogna. 

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