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Mauritius Cornelius Escher (Leeuwarden 17 giugno 1898 – Laren 27 marzo 1972), incisore e grafico olandese la cui vita fu strettamente legata alle sue litografie, costruzioni impossibili, esplorazioni dell’infinito, tassellature e mezzetinte.

Amato dagli scienziati, matematici, logici e fisici, per l’uso razionale dei poliedri, le distorsioni geometriche e le interpretazioni di concetti che appartengono alla Scienza.

Trascorse l’infanzia ad Arnheim, in Olanda, dove la sua famiglia si era trasferita nel 1903. Gli studi di Escher furono a tratti confusi, poiché il padre preferiva per lo stesso studi scientifici che lo avrebbero portato a diventare architetto. Ma così non fu, poiché Escher dimostrò sin da subito grande attitudine per le arti figurative e non per l’architettura.

Successivamente interruppe anche gli studi d’arte, nonostante avesse comunque ricevuto una buona formazione per il disegno e le altre tecniche grafiche, tra le quali padroneggiava quella della silografia.

Mauritius Cornelius Escher, immagine di Santa Severina
Escher, Santa Severina (KR)

In Italia

Nella primavera del 1922 Escher fece un viaggio di circa due settimane attraverso l’Italia centrale insieme a due amici olandesi.

Successivamente, nell’autunno dello stesso anno, vi ritornò da solo come “bambinaio” di una famiglia di amici, che gli fece ottenere la possibilità di poter raggiungere gratuitamente l’Italia a bordo di una nave da carico.

Inizialmente si stabilì a Siena in una pensione dove produsse le prime incisioni su legno di paesaggi italiani, tra l’inverno del 1922 e la primavera del 1923. Qui fece un’importante incontro con un’anziana signora danese, anch’essa ospite della stessa pensione, senza la quale, forse, Escher non avrebbe mai esplorato l’Italia meridionale.

Mauritius Cornelius Escher, Tropea
Escher, uno scorcio di Tropea (VV)

L’artista rimase infatti affascinato dai racconti entusiasmanti della donna e da Siena fece un primo viaggio a Ravello (SA), dove vide elementi romani, greci e saraceni mescolarsi in maniera affascinante.

In Italia Escher trovò l’amore, tant’è che nel 1924 sposò Jetta Umiker, figlia di uno svizzero che fu direttore di una filanda nei pressi di Mosca fino allo scoppio della Rivoluzione russa. 

Vissero nella pensione senese fino al 1926, data in cui nacque il loro primo figlio. Proprio nella città toscana, in una casa più grande (dove il terzo piano era stato predisposto per le esigenze familiari e il quarto come studio), Escher ebbe l’impressione di poter lavorare in pace. 

Fino al 1935 l’artista, ogni primavera e per circa due mesi l’anno, si recava in viaggio in Abruzzo, Campania, Sicilia, Corsica e Malta, molto spesso in compagnia di altri artisti, spingendosi fino in Calabria. Due lunghi mesi bastavano per farli ritornare a casa con centinaia di disegni.

Escher, Scilla (RC)

L’arrivo in Calabria

Fu nel 1930 che Escher raggiunse la Calabria in treno, con arrivo a Pizzo Calabro, da dove l’artista intraprese un lungo viaggio fra le coste calabresi toccando Tropea, Palmi, Bagnara, Bova Marina, Monasterace, Catanzaro, Crotone, Rossano e Rocca Imperiale: percorso che diede all’artista la possibilità di redigere parecchi schizzi. 

Intorno a questo periodo calabrese si narrano numerosi aneddoti, uno di questi è proprio il viaggio dell’artista a Pentedattilo: paese dove cinque macigni appuntiti si ergono verso il cielo, come le dita di una mano gigantesca. 

Mauritius Cornelius Escher, Pentedattilo
Escher, Pentedattilo (RC)

Si racconta che in questo minuscolo paese Escher e i suoi amici si sistemarono all’interno di una stanza con quattro letti, il cibo servito consisteva in pane duro ammorbidito con del latte di capra, miele e formaggio anch’esso di capra.

Dopo tre giorni i quatto si misero in cammino verso Melito attraverso un sentiero stretto e pietroso. Rousset, amico francese di Escher, che si occupava di ricerca di tipo storico intorno all’Italia del Sud, colse l’occasione per filmare un cavaliere incontrato lungo la discesa.

Un incontro fortuito che gli valse un invito presso l’abitazione dell’uomo a cavallo. Si improvvisò un allegro simposio dal quale i quattro viaggiatori ne uscirono alticci dopo le numerose degustazioni di vino di cui il cavaliere ne era produttore.

Giunti alla stazione di Melito, gli artisti diedero spettacolo, tant’è che fecero ritardare persino la partenza del treno. Tutta colpa della cetra di Schiess il cui suono coinvolse macchinista e i passeggeri che, scesi dal treno, si misero a ballare.

Rousset ricordò questo episodio con un epigramma: “Barbuto, come il dio Apollo/ e suonatore della cetra come lui/ fece ballare le Muse e anche un capostazione”. 

Il racconto dell’artista

Queste avventure furono riportate in una pubblicazione del 1932 dove lo stesso Escher descrive le proprie esperienze in Calabria, ne riporto un estratto: “Gli sconosciuti paesini del desolato entroterra calabro sono collegati alla ferrovia che corre lungo la costa solo attraverso una mulattiera. Chi vuole recarvisi deve andarci a piedi, se non ha a disposizione un mulo. In un caldo pomeriggio di maggio noi quattro arrivammo, attraverso la porta della cittadina di Palazzio, con i nostri pesanti zaini sudando maledettamente molto affaticati, dopo una stancante escursione sotto il sole cocente. Ci precipitammo verso una locanda. Era una stanza abbastanza grande, fresca, illuminata solo dalla luce che vi penetrava dalla porta aperta; c’era odore di vino e c’erano innumerevoli mosche. Conoscevamo da tanto tempo il modo di fare poco socievole dei calabresi, ma una reazione ostile come l’abbiamo conosciuta quel giorno, non lo avevamo fino allora mai vissuta. Alle nostre domande amichevoli non ricevemmo altro che risposte scontrose incomprensibili. I nostri capelli biondi, gli abiti stranieri, lo strano bagaglio, devono aver fatto nascere una notevole diffidenza. Sono convinto che ci hanno sospettato di “iettatura” e di “malocchio”. Ci volgevano letteralmente le spalle e ci mostravano apertamente che la nostra presenza era sopportata a malapena. Con un’espressione scontrosa, e senza dire nulla, la moglie dell’oste prese le nostre ordinazioni. In quel momento, quasi solennemente, Robert Schiess, calmo, tirò fuori dalla custodia la sua cetra e cominciò a pizzicare le corde sommessamente, in un certo qual modo per sé stesso, come preso da un sortilegio che si liberava da quello strumento. Osservavamo lui, e gli uomini intorno a noi, e potemmo vedere come, in un modo meraviglioso, l’incantesimo dell’ostilità veniva spezzato. Dapprima, con un gran fracasso venne girato uno sgabello invece di una nuca, si poteva scorgere un volto … puoi ancora uno, poi un’altra ancora. L’ostessa, titubante, si avvicinò piccoli passi, rimanendo lì a bocca aperta, una mano sul fianco e l’altra che distendeva la gonna. Quando il suonatore di cetra si fermò si guardò intorno, c’era intorno a lui un bel po’ di spettatori che scoppiarono in applausi fragorosi. Ecco che le lingue si erano sciolte: “Chi siete? Da dove venite? Che cosa fate qui? Dove siete diretti?” Ci invitarono a bere vino e noi ne bevemmo molto, troppo, il che non potrà che migliorare le nostre relazioni”. 

Una foto di Escher a Scilla (RC)

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