La Poesia è Poesia, non ha sesso e connotazione! E’, quanto tutte le “cose” che sono! Rinvenire la sua “motricità” inesausta in una donna del primo Novecento, in una relegata dalla domesticità dei luoghi e dai tessuti connettivali cittadini ha una tessitura più spessa. Del resto lo si nota maggiormente nelle forme emancipate degli stessi pleniluni, nella ribellione progressista di Sibilla Aleramo, ad esempio, per la quale “s’io resto così distesa, / gli occhi chiusi, le labbra aureolate di brace, / l’ardore della mia palma sul battito della mia gola, /

io brucio la mia vita, brucio la mia vita…“. Ha bruciato la sua vita anche la mamertina Rosa Frisina, tra alcove di silenzio. 

fotografia della poetessa rosa frisina
Rosa Frisina

Ha incastonato la propria vita in un equilibrato isolamento interiore, vivendolo nell’apparente staticità del rimpianto, in un “pensiero” che “brancolando, va nel buio/ e ricade, ferito, nel recinto”. (“?” ). Ha appetito il sopravvivere “per quest’ora di grazia” (Come Lem) come il miracolo continuo che provoca alla mente, passando dal cuore, “tanto stupore che stupir non sa”. Il sostare, quasi avvinghiata, ad una marcata calliditas animi irretisce nella più genuina disinvoltura un furor imaginarii, l’allucinazione “ebbra d’immenso”, “le immagini di un mondo fresco e lieve” (Evanescenza) che cede il passo nello stazionare “l’altra me/ che in condominio sta/ nella mia pelle” (Come le api). Financo il “rimeggiare tal frenesia balorda”, l’appartarsi tra “l‘ardor di poesia” destabilisce la donna, che non teme, rassegnata, a professarsi “sterile” in un “desio a sé stesso fine, gemma che non fiorisce”; un “vacuo struggente anelito” che riesce a partorire “appena un verso zoppo”, esplodendo ribelle in una domanda apparentemente di poco conto, ma che avvolge dal primo incedere ogni esternazione della penna di ciascun scrittore, poeta, poetante: perché scrivo? La domanda di ogni scrivente! Dove rintracciare il barlume di una risposta all’arcana inquietudine? Dietro un mistificato velo di astrazioni precoci e repentine, tra le quali le stesse dilatazioni dell’anima, l’idea stessa della caducità dell’esistenza “ricadono nel nulla” in “Pensieri oziosi, guardando la giostra”, immagine plastica di un avvicendarsi di ore tra spasmi e ansimi. 

Immagine della poesia di Rosa Frisina dal titolo Meriggio Statico, contenuta nel libro omonimo

Il lettore insospettito si potrebbe chiedere: “Rosa Frisina è un animo ribelle o piuttosto travalica esplodendo in una ribellione dell’animo?”. A mio modesto parere, è il secondo quesito a trovare nei suoi leggeri versi una risposta confermata, facendo assaporare l’avidità umile di una “ribelle equilibrata” pur sempre fuori gli schemi convenzionali. 

La pace interiorizzata che cerca “soavi parole…senza l’incrinatura d’una bugia” (Silenzio d’oro) nel Dio dei padri, rasentando con i pugni “l’indifferenza / ch’è sempre preferibile/ alla disperazione” diviene la preghiera costernata di una donna che si fa carico della fragilità dell’intero mondo conosciuto e che, inquieta, in un’alcova ovattata creatasi nel suo limbo da “otium” letterario, reprime il senso stesso dell’esistenza, delimitando una parabola strozzata tinteggiata dall’amarezza quotidiana.  È un “rapporto simpatico” con se stessa, la cui esplosione viene paventata appena in un tenue “Mi vuoi bene?” ad un “tuo certo sorriso” che “somiglia alla veste del vecchio divano/ a riparo di raso e ciniglia” (Un certo sorriso) o ancora nel grido disperato e al contempo sommesso: “Gesù, cos’è la verità?” (Come Pilato). Un grido di chi “stordito dal sole”, emblematica figurazione di una conoscenza piena e voluta, rimane inerme “a non chiedermi nulla” rimarcandolo ben due volte nella lirica “Meriggio statico”, titolo stesso attribuito a questa silloge di versi rimasti per lo più inediti.

Poesia di Rosa Frisina dal titolo Se Questo Struggimento Avesse Voce

Il disincanto e l’astrazione dalle cose del mondo, l’esilio volontario nei meandri del suo stesso sentire traboccano ben puntuali nella lirica “Così”, ponendola pertanto ad assioma di una “sintesi della solitudine”. Ci soccorrono gli stessi versi: Quando il disgusto / per l’insulso prossimo / mi da l’amaro in bocca, / quando il ricolmo calice trabocca / del mio veleno ed impotente il freno / morder mi tocca; / che faccio? / Taccio, / ma non oltre indugio / e lesta volo verso il mio rifugio. / V’è un angolo remoto, / asilo dolce e pio, / a me soltanto noto; / di paradiso un lembo, / nel cui sereno grembo / trovo oblio. / Solinga mi ci assido, non vista, / osservo il mondo / sciocco come rotondo, / rotondo come infido, / l’osservo e, divertita, me ne rido, / del mio riso più schietto e più giocondo. / E ride il verde esilio / che amabile mi accoglie/ coi fiori che l’adornano e le foglie, / ridiamo delle voglie/ di questà umanità, / che corre, corre / dietro un mucchio d’oro/ immolandogli cuore e libertà. / Di pietà e di scherno/ ridiamo dietro lo schermo/ di un’eterna cortina / che nessuno indovina / e preclude l’ingresso nel dolce, / ne pio dolce / ad interessi e calcoli / di schiava società. / Nel regno suo librato, / libero, incontestato, / domina bello e fiero / l’ardito fuorilegge del pensiero / e se dubbioso chiedersi: / – Sarò, sarò nel vero? – / Gli annuisce, / con lento suo dondolarsi al vento, / il ciuffò del lillà… / gli annuisce, / col fresco rosso ondeggiare, / il pesco / e il mobile arabesco, / che traccia sul selciato / l’ombra del pergolato, / risponde anch’esso: sì. / …E ride il cuore infermo, / dietro l’etereo schermo / di questa mia cortina / che nessuno indovina.

E’ una solitudine non imposta ma impostata, un celarsi per non far trasparire il dolore acuminato che può trovar porto franco solo rigettandolo in versi che non conoscono un lirismo ragionato, prestabilito, no: sono piuttosto impastati dal fango delle scottanti verità che ha acquisito tra le aporie condizionate che nemmeno il tempo potrà mutare in velleità. Rosa Frisina rimane per lo più onestamente ancorata alla sua natura rassegnata, non riesce a trasecolare se non varcando “l’estreme soglie” con l’unico rimedio che le appare congeniale, il ricordo dei cari, la zia o il padre, al quale spirito ultraterreno in “Stasera mi torni” sospira:

Ma tu padre, mi senti? / Forse mi senti ma non mi rispondi / o forse mi rispondi e non intendo / né saprò se l’incanto di quest’attimo / che mi coglie e m’invola / è l’arcana, ineffabile parola / che oscuratamente mi vuol dire: sì.”. 

Il soffocamento ultimo della volontà di interagire col mondo circostante fin qui emerso deflagra nella sua totalità in una lirica partecipante al Primo Concorso Nazionale di Poesia di Oppido Mamertina nell’anno 1977, fin dal suo titolo, “Se questo struggimento avesse voce…”, nella quale la disperazione umana della donna trova una laconica e cosciente drammaticità, una sorta di emancipazione esasperatamente negatoria ancor più che nei versi in precedenza posti alla nostra attenzione:

Ma questo struggimento / non ha voce, né volto / e sboccerà nel buio e nel silenzio, / come giglio nel cuore della terra / piantato col germoglio capovolto”. 

Un silenzio che esplicita un’ introversione smarrita e sensibile al contempo, creazione del frutto dell’abbandono ad una favola senza ombra di illusione, il confronto di una donna con se stessa e col proprio interagire solo nell’interiore, una donna vissuta. 

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