Questa meravigliosa caletta nascosta tra imponenti falesie ha una vecchia storia da riscoprire legata alla produzione del vino.

Cala Janculla è una spiaggia semi-nascosta della Costa Viola (RC) conosciuta come un angolo paradisiaco che regala ai turisti scenari romantici e rilassanti.

Perfetta per gli amanti delle mete esclusive e famosa per suoi caratteristici sassolini bianchi e il mare cristallino.

Enotria

Alcune ricerche fatte in loco testimoniano come quest’area, in altri tempi, fosse utilizzata prevalentemente per la produzione e pigiatura dell’uva.

Una pratica antica di cui ci rimane una testimonianza evidente: i resti di un palmento costruito direttamente nella spiaggia.

Non è un caso se la Calabria, insieme alla parte meridionale di Campania e Basilicata, si sia chiamata, un tempo, Enotria, dal greco ôinos che vuol dire, appunto, vino.

I palmenti sono presenti da secoli in tutto il Mediterraneo e conservano numerose testimonianze, prevalentemente in Calabria.

La località con il maggior numero di palmenti in Italia è la provincia di Reggio Calabria, la quale ospita palmenti risalenti a epoche elleniche, bizantine e romane.

Com’era fatto il palmento

L’architettura originale prevedeva due vasche costruite su un piano roccioso posto sulla spiaggia con pareti fatte di sassi e calce idraulica, disposto in pendenza verso il mare, in maniera tale che il mosto proveniente dalle uve pigiate nella prima vasca, fluisse in una seconda vasca di raccolta posta più in basso.

Oggi rimane visibile soltanto parte del perimetro, l’azione erosiva del mare ha intaccato la sua architettura originale, ma con sguardo attento è possibile scrutare alcune dinamiche legate al ciclo della vendemmia: in alto le tipiche coltivazioni a terrazzo (considerate patrimonio per l’UNESCO), nella spiaggia adiacente il vecchio palmento, mentre sott’acqua si conservano dei reperti, diffusi sopratutto nella memoria dei pescatori più anziani.

Resti del palmento di Cala Janculla
Resti del palmento di Cala Janculla

Si tratta di sassi naturali anticamente chiamati “pietre di fondo”, utilizzati come ancore litiche per tener ferme le imbarcazioni durante le operazioni di carico dei tini contenenti il vino.

Pietre di fondo avvistate vicino Cala Janculla
Pietre di fondo utilizzate come ancore

Un’economia da riscoprire

Pare che il vino prodotto venisse esportato per mare in tutto il Mediterraneo, e che fino al 1900 alcuni dei mosti ricavati da questi palmenti, venissero acquistati per tagliare i più famosi vini francesi.

Le ricostruzioni locali parlano di un utilizzo del palmento di Cala Janculla fino ai primi anni ’50; utilizzato per pigiatura, il mosto prodotto era notoriamente apprezzato per le sue caratteristiche uve salmastre e le coltivazioni terrazzate in assenza d’acqua.

La tradizione ritrovata

Il desiderio di riscoprire questi territori ha dato vita alla nascita di una Cooperativa Agricola che intende ripercorrere, attraverso il gusto, la storia enologica della baia partendo dalle antiche coltivazioni.

Le uve di Greco Bianco in purezza provenienti dai vitigni della zona conservano la memoria del passaggio delle civiltà elleniche, allo stesso modo il recupero delle aree terrazzate.

Il progetto coinvolge anche gli artisti della zona, tra questi Giuseppe Frosina che, disegnando l’etichetta del Cavajancuja, descrive in maniera pittoresca l’etimologia del nome antico.

Insomma vale la pena programmare un bel giretto e visitare questa piccola baia e quel che resta di una delle più antiche tradizioni enologiche d’Europa, magari degustando del buon vino Cavajancuja direttamente in barca, immaginando quei tempi che furono.

Leggi anche: Il Sentiero dell’uva


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Vincenza Musumeci
Vincenza Musumeci
4 mesi fa

Molto interessante, fatto bene, complimenti,

Giuseppe
Giuseppe
4 mesi fa

Bravo mi piacciano.molto amo la.natura ancora ci sono vecchi contadini come mio zio che si ricordano di queste cose continua cosi’

Alessandra Caridi
Alessandra Caridi
4 mesi fa

Un posto bellissimo che non conoscevo! Da visitare.. complimenti!!

Luca
Luca
4 mesi fa

Che dire, le meraviglie e le tradizioni di quelle terre sorprendono e catturano l’anima…..

Angela
Angela
4 mesi fa

Lo scorso anno ci sono stata con il tour, un luogo rigenerante. Patrimonio nostro, grazie!

Antonio Russo da Seminara.
Antonio Russo da Seminara.
4 mesi fa

Ho letto con interesse la storia di questo angolo di Calabria. Sono nato a Seminara nel 44, ma purtoppo sono andato via nel 56. I ricordi però non si cancellano, e ricordo quando mio nonno, per la vendemmia mi portava nella sua vigna e mi faceva pigiare l’uva nel palmento. La sua vigna si trovava vicino alla fiumara in località “i chiani”. Bellisimi ricordi…. 😇😥