«Ash nazg durbatulûk, ash nazg gimbatul, ash nazg thrakatulûk, agh burzum-ishi krimpatul.»

Mai sentita una poesia del genere? Probabile. Di sicuro, però, conoscerete la sua versione tradotta:

«Un anello per domarli, un anello per trovarli, Un anello per ghermirli e nell’oscurità incatenarli.»

Adesso tutto è più chiaro. No?

Difficilmente non avrete mai sentito la “Poesia dell’anello”, tradotta dal Linguaggio Nero di Mordor, una delle lingue artificiali partorite da una delle menti letterarie più fervide e interessanti di tutto il Novecento: John Ronald Reuel Tolkien.

La vita dell’autore

Tolkien nasce a Bloemfontein, in Sudafrica, il 3 gennaio 1892, dopo essere tornato in patria si dedica agli studi delle lingue, interesse ereditato dalle tante fiabe gotiche raccontategli dalla madre, purtroppo morta giovanissima.

Un’altra donna, però, entra nella sua vita: si tratta di Edith Bratt, che però non potrà vedere fino ai 21 anni, a causa del suo precettore.

Prima di andare  in guerra e partecipare alla Battaglia della Somme, riuscirà però a sposarla. Al ritorno, pubblicherà Lo Hobbit, praticamente il prequel di quello che sarà il suo più grande successo, Il signore degli anelli.

Pubblicherà anche tantissimi altri racconti e romanzi, tra cui Il Silmarillion, rimasto incompiuto e completato dal figlio Cristopher.

Morirà il 2 settembre del 1973, due anni dopo Edith. Eppure, i due non si sono separati nemmeno dopo la morte, dato che sulle loro tombe, messe vicine, hanno inciso la scritta Beren e Lùthien, uno dei racconti più belli e struggenti dell’autore.

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Ma veniamo al Signore degli anelli.

È forse uno dei primi romanzi “high fantasy”, ma di sicuro è il più influente in assoluto, dato che Martin (Le cronache del ghiaccio e del fuoco), Terry Brooks (Le cronache di Shannara) e Sapkowski (Ciclo di Geralt di Rivia) subiscono la sua influenza, oltre ad aver ispirato la Trilogia cinematografica di Peter Jackson, un successo enorme e una pioggia di premi Oscar.

La trama

Sauron, il villain del libro, ex-luogotenente di un altro cattivissimo del mondo tolkieniano, Morgoth, il nemico oscuro, ha fatto forgiare degli anelli da distribuire ai rappresentanti delle varie razze della Terra di Mezzo (Middle-earth): 3 furono donati agli Elfi, 7 ai Nani e 9 agli Uomini, e facevano capo all’Unico anello, in mano a Sauron, per poterli dominare.

Dopo una guerra in cui Isildur riesce a tranciare alcune delle dita di Sauron, l’Unico anello e il suo influsso malefico, a cui nessuno può resistere, passa agli uomini.

L’Anello e il suo pernicioso ascendente passeranno da tante mani, fino ad arrivare a Frodo, uno hobbit, ovvero un mezz’uomo, gente tranquilla che non vuol avere problemi.

Ma Frodo è in realtà voglioso di avventure, e viene convinto da Gandalf, un potente stregone, a intraprendere il viaggio per la distruzione dell’Anello, destinazione Amon Amarth, ovvero il Monte Fato, vulcano attivo che può liquefare qualsiasi cosa.

Così, una volta arrivati a Gran Burrone, dove si svolge il consiglio degli Elfi, con grande coraggio Frodo conferma le proprie intenzioni, seguito dalla compagnia più strana che si sia mai vista: tre hobbit, due uomini, tra cui Aragorn, erede di Isildur e legittimo re di Gondor, un elfo, un nano e Gandalf, lo stregone.

Comincerà così, come l’ho definita io, “la più grande avventura mai raccontata”, e che, aggiungo nuovamente, non aspetta altro che di essere letta.

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