Chi ha avuto e ha ancora modo di interloquire con il Professore – come la collettività tutta appella Saverio Italiano, il “deliese convinto” e “cosmopolita suo malgrado” – “prospicendo” dalla sua finestra sul mondo, scrive a quattro o più mani il nono libro, quello mancante, ai già editi “Quaderni in ottavo” del boemo Franz Kafka o diviene aforista liberale come Nicolás Gómez Dávila, parto dell’antropologia reazionaria. Ma ha anche la verve consapevole del criticismo di François-René de Chateaubriand, del suo esilio postumo del sentimento di ricerca ansimante, smaniosa e con il francese letterato romantico sembra asseverare in Memorie d’oltretomba: “Nella società democratica, basta che voi sproloquiate sulla libertà, la marcia del genere umano e l’avvenire delle cose, aggiungendo ai vostri discorsi qualche croce d’onore, e sarete sicuri del vostro posto…”.

Saverio Italiano, invece, non è un “sicuro” del proprio posto! È un pensiero ben curato ma tenue. Un pensiero trascendentale, spesso in dissolvenza come lo è la sua poesia ab- soluta, senza retorica, la raffinatezza del verso intingolo di un romanticismo sensibile. Con Dávila condivide il dubbio esistenziale sul vivere la vita; con il colombiano ribelle si esplicita e si risponde: “Non dubitare dei nostri propositi è il modo migliore per sopprimere le sottigliezze dell’intelligenza e le sfumature della sensibilità, ossia gli aspetti più interessanti della vita”.

La sensibilità romantica, difatti, è lo scrigno personale autentico e dell’anima di Italiano e del suo verso sommesso. Chiara ne è la conoscenza e la percezione già nei versi di una sua prima raccolta, “Gocce di rugiada”, in special modo nella lirica Linfa: “Amai, gridai, / lottai, lavorai / vinsi, / ebbi del sogno / coronata l’aureola di vita / nei verdi virgulti / di nuova linfa sazi”.  Ancora in un’altra sua lirica: “Un sussulto; / mi aprii a vita / perdendomi / nell’affetto materno. / Or che la canizie / m’incorona il viso, / tra le righe profonde / degli anni / splende / di nuova luce acceso / il mio senso della vita”. 

È un ragionamento d’amore di ricerca, quella ricerca autentica e cosciente che altalena tra la voluntas tenace e il detrimentum animi. Il senso lirico del suo “anelito di vita” è un senso tragicomico di apprensione della caducità della sua esistenza, delle sue attese, dell’intendere umano. La sua realtà si assomma alla vita, alla natura di un’emozione scandita dal tempo degli affetti, della famiglia, delle “onde ruggenti /accavallanti il cuore”. Un cuore “perplesso in ascolto”, un cuore “che spinge a meditar” oltre “l’attesa del domani”. È il suo simbolismo dell’attimo la responsabilità che si addossa, mai pago, mai esule dal disincanto e dal realismo cosmico che camminano, al suo sentire, pari passo. 

Saverio Italiano incarna il “non chiederci la parola” montaliano, non chiederci l’assoluto in una desertificazione di ciò che è stato e aveva la profondità dell’anima nel movimento avito. La sua strenua ricerca, infatti, è delle “viuzze labirintiche” oramai abbandonate, quelle strade che “già sul far della mattina i sensi tutti si risvegliavano”. La sua ricerca si definisce dal verso autorale alla storia del suo “tempio” natio, la ridente montana Delianuova, che rinobilita tra le “gocce” di “sprazzi di vita vissuta e condivisa” del suo ultimo volume sull’esplorazione dell’idioma degli avi, delle maestranze, della musica, di un “repertorio storico” di tradizione, usi e costumi: “E tempi i ‘na vota cu…”. 

È quest’ultimo un volume corposo, ma allo stesso tempo autentico, di riflessioni sull’attualità del suo borgo, sulla sorte del residuo, sul compianto delle esistenze passate enarrate con lucida nostalgia. È anche una ricerca puntuale, seria, compiuta di “quandu lu mundu a pedi caminava / e a terra lentu u so giru faciva / nta lu paisi u cori sbribitijiava / paroli sani e d’affettu si jinchiva” (Quando il mondo camminava a piedi e la terra faceva il suo giro lento nel paese il cuore fibrillava, si riempiva di parole sane e di affetto – dalla lirica in vernacolo “A rruga Maju i Pedavuli”). 

Sì. Saverio Italiano è anche il nobile cantastorie del vernacolo, della lingua compiuta e quasi scomparsa, dei fonemi dialettali, della ritualità ancestrale del bel Mezzogiorno calabrese, di Diana intenta non più alla caccia di selvaggina ma di litanie e preci. Ha dalla sua la geografia del cuore! 

Saverio Italiano è stato ed è il patriota della Cultura veritiera, senza compromessi, anche quando il suo accento non ha la loquacità dei tanti inquisitori no sense, di “chiji chi mbeci la passanu mangiandu / cu la panza china e cu lu mussu a rrisi / sempi a leva leva rridendu e cantandu / si presentanu nto Creatore senza pisi” (di quelli che invece se la passano mangiando con la pancia piena e col sorriso, sempre ed in ogni caso ridendo e cantando si presentano davanti al Creatore senza pesi). 

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