Mery,
Qual dagli Uranidi i sorrisi astrali
tutta la luce del tuo cuore,
vergine, mi splende sulle pagine
in cui effondo i sentimenti
del mio spirto di esteta,
artefice del verso. 
(OFFERTAda Crestomazia)

“Panista” nell’Arte pittorica, “spiritualista” nelle liriche, Saverio Scutellà rappresenta, nel novero degli Enotri genii, l’amalgama surreale dell’Arte, della quale compartecipa e dalla quale si fa attrarre. La musicalità e al contempo il temperamento proprio dei versi, l’armonia del Tutto e “l’ala divina del sogno” costituiscono le direttrici prime ed ultime dell’Uomo-Artista che scappa via per “abbeverarsi al vero sempiterno”.                                                 

foto di Saverio Scutellà

Immerso nell’alterità delle cose, delle quali il Nostro conosce ogni singolo movimento vitale, essendo egli stesso umanizzazione transfigurata del contatto con la natura predominante, Scutellà, nella sua prima fase produttiva, esalta un Panismo che rasenta certi slanci dannunziani, denudando l’esasperazione di un “pampsichismo autorale” che ne connota il suo stesso animo.

Se ne ravvisa una singolare affermazione, prima ancora che nei versi composti, nella “Presentazione” anteposta alle “laudi, liriche, bucoliche ed amori” di CRESTOMAZIA, suo secondo volume edito nel 1949:

Nessuna pretesa è in chi tenta di salire verso la Vetta dove le ansie si placano nel supremo godimento di ciò ch’ è sacro e puro…Tutti c’incamminiamo lungo i pendii di questo Monte e non c’è differenza di distanze che fissi le conquiste, non c’è conquista che possa costituire “termine”. Tutti andiamo nella vita più o meno curvi sotto un peso che ci piega; e l’animo si ferma e ruba alla natura una nota dei suoi concenti, e l’occhio fissa la strana fusione delle cose, la mano si stende e scorre lungo il gambo d’un fiore per impadronirsi delle forme. Tutti chiediamo all’Arte che ci sveli i misteri delle sue bellezze. E quanto più essa ci si mostra tanto meno la conosciamo e sentiamo nel nostro animo il tormento per quella vetta che, avvicinandoci, ci sembra si allontani…Ma questo tormento è vita…Vita del nostro animo che si purifica in esso, che, attimo per attimo, si solleva dal fango e chiede ai nitidi cieli del pensiero l’essenza della Vita…

La conferma all’asserzione autorale nella lirica “Neve”: 

Nevica, nevica…
Meste pupille, dai vetri appannati
contemplano i fiocchi
che scendon, che invelan le case,
che gelan le strade
del borgo natale.

Nevica, nevica…
Ondula e s’adagia stanca
come una saggia vecchia fiorita
sulla soglia antica,
la neve bianca!

Scende la notte
e tace ogni cosa;
mio pensier si posa
con la neve,
greve,
nel silenzio musicato di candore.

Nevica, nevica…
affondo nel suo seno
la mia tiepida mano
per sentire i palpiti del gelo:
anche la neve ha l’anima
e sente la brevità della vita:
domani, dal sole sfiorita,
si distende in un lago di pianto.

Ed ancora in “Solitudine”: Nell’assenzio d’un ricordo / inquieto mi dondolo / sul vermiglio tappeto a fiorami / che accoglie, lenti, i miei passi…                                                                                                  

Dipinto di Saverio Scutellà raffigurante il Villaggio di Carmelia (delianova)

L’ estetica dei versi accattivanti cede il passo ad una sorta di “apocatastasi dell’ essenza”: l’uomo, spinto ad un ritorno alle sue origini celestiali, diviene con il tutto “Tutto quanto”, si “eteriorizza”  nella natura (= essenza) delle cose e vive, con la natura fenomenica da guida nel connubio tra certo ed ideale, tra verità determinate e idealità misconosciute, le quali tassellano un “misticismo transeunte” dalla parola alla vita, dalla vita all’Arte, della quale il Nostro diviene personalità e personificazione.                                              

E’ la celebrazione dell’ansia poetica di riscatto dell’uomo nella sua finitudine e di rinascita nell’eternità del Tutto, non di “cieli isteriliti a zolle amare” (Paturnia, da Cattedrale di nuvole). CRESTOMAZIA rappresenta il trampolino di lancio ad idealità sempre nuove e di elevazione spirituale. Il Panismo pittorico, di cui il Nostro è precursore ed iniziatore, tutto traspare anche nei versi poetici, ed è intriso da delicate “pennellature” di sentimento e da connotazioni psicologiche. La natura generatrice è espressione dell’anima del Nostro: emblematico in tal senso l’“Autoritratto floreale” che si autodedica.                                                        

E’ però con l’ultima raccolta edita nel 1968, CATTEDRALE DI NUVOLE, che Saverio Scutellà, nel continuo altalenare tra la terra e il cielo, tra i colori e la luce diafana che rincuora e conduce ad un futuro speranzoso, rivela il meglio della sua verve poetica. Già in germe nella lirica “Dal Monte Sant’Elia” in Crestomazia, nella strofa di chiusura, il Nostro rincorre i “sussurri arcani” additando un “inno fiero dell’immensità”:

E l’anima sorride: / si protende alta, solenne /  su l’arco della vita, / quasi rapita, / al richiamo di gioie lontane.

E’ l’incipit, se vogliamo, della seconda fase di produzione del Nostro, della quale ce ne darà conferma solo nel 1985 nel suo “Peana” al paese natale Delianuova (sul quale ritorneremo a breve). Ci soccorrono intanto i seguenti versi: 

Sì, mi diparte
qual prediletto per le iniziazioni
del processo civile in terra e al cosmo,
creando il verso novo all’ ASTRALISMO.

Un dipinto di Saverio Scutellà, Nobiltà redenta, olio su tela 60x70

Scutellà, abbandonata definitivamente ogni velleità del reale tangibile, è intento a rincorrere il sole, la luna, le “gemme astrali” che “son palpiti dell’anima” con “un cuore saturo d’affetti e d’ali”. La natura umana gli appare tanto limitata da doverla trascendere, sacrificando ogni giorno, ogni amplesso mondano all’incanto del cosmo infinito. Questo movimento costituisce per l’Uomo- Artista la catarsi ultima, l’approdo all’ “astrale cosmo”. Programmatica e di intuibile maturazione la lirica d’apertura della nuova fatica letteraria, “Cosmogonia”. In essa vi si ravvisano, a parer mio, due piani di lettura e di discernimento, che non cozzano comunque con l’ideale panista iniziale del Nostro.

Da un “personalismo autogeno”, nel quale tutto trae origine dall’intuizione poetica del verso sotto l’egida e l’accortezza dello scrivente Scutellà (“Misuro il tempo coi miei passi / scaldando l’ore nello spazio / e l’ala divina del sogno, / librata nei traguardi ultralunari …”) e la nobilizzazione dell’ Ego è tutta percepibile, l’immagine dell’ eletto all’iniziazione ultramondana confermata (“Voglio sfatare il regno dei pianeti /là dove si coltivano le gemme / disseminate in geometrie di luci, nel mito di possenti deità: / abbeverarmi al vero sempiterno/ sarà l’auspicio che m’ha tratta il fato”) il Nostro si fa portatore di una messianicità condivisa con l’uomo, in un “cosmopolitismo germano” (“Consolerò, per doni, gente amica”) nel quale l’umanità stessa dell’autore diviene canto di fraternità riedificata e al contempo egli stesso essendo cittadino di un mondo iperuranio in cui “un sole nuovo tesse le speranze/ di cui le trame sanno fili d’oro”. E così “Volare esilarati! Smarrirsi…” (Cattedrale di nuvole) nell’astralità del Tutto.                                                                                            Scutellà inaugura in tal modo un “avvenirismo positivizzante”, le cui idee nuove costituiscono il sostrato fertile per una “sua” credenza tutta affabulante e pur sempre mai capziosa di una trascendenza dell’uomo e nell’uomo. Avvenirismo che contempla il “segreto/ che spande goccia a goccia / giorno a giorno” nella contrapposta dicotomia di essere “zucchero ed è fiele alle tue palme” (L’Avvenire). Esso diviene “santo” cullato dall’ azione divinitoria della “speranza”, anche se è tutto umano il sentimento di “marcire carne in sepoltura”. 

In quest’ottica il Nostro si erge tutto “transustanziato” alla novità addotta dal cielo infinito, rifiutando il limite umano, esorcizzandolo e mirando all’ascesi delle cose per una vita tutt’una con l’Arte sublimata, innanzaldosi “spinto ad ali aperte”, le ali della libertà, “per diventar nipote del Signore; / transumando verso illustre schiatta/ meteora d’apporta a nuova luce” (Verso le vette astrali). Di particolare connotazione è risultato alla mia lettura il rapporto “simbiotico” con la madre. Sempre nella CRESTOMAZIA, e in particolare nel componimento “Melodia notturna” ella è al contempo operosa e silente, l’aria che si respira è di un affetto confortevole, il silenzio è avvenevole nel buio della camera, madre e figlio vivono lo stesso movimento dello spirito:

...La mamma è accanto a me
seduta:
sembra composta in una greve posa,
ma lei laboriosa
e svelta cresce i punti alla sua maglia.
Nello sprazzo di luce che ci abbaglia
io la conforto nel dolore acuto,
del fantolino bello suo perduto,
del povero Giovanni, mio fratello.
E torno anch’io fanciullo,
nel suo affetto:
essa parlando m’accarezzava il viso
con quel trasporto di materno amore…   

Non meno nella lirica “Restiamo insieme” da CATTEDRALE DI NUVOLE, nella strofa finale, nella quale il Nostro sogna l’eternità con la madre a fianco:

Se tu vedessi, mamma,
mamma mia,
il carro-sole presso la tua soglia
noi partiremmo lungo vie terrene
per dove un giorno muore ed un s’appresta.
Come cresce la vite al tuo balcone,
il cuore mio farà sapidi grappoli
per le tue palme a sacra pigiatura
e resteremo insieme ora e sempre.

Autoritratto floreale, olio su tela 60x70, di Saverio Scutellà

Non meno evidente risulterà al lettore la “calabresità” ed il forte attaccamento del Nostro verso la sua terra calabra e il suo “paese di luce”, la cara Delianuova, che mai dissacrò da esule. Gli odori dei prati fioriti, i colli, i boschi ombrosi, il borgo antico, i tramonti, le turrite chiese, l’intero paesaggio è l’aspro e al contempo amato “civile aspromontese”. Svariate le testimonianze che lo conobbero e che lo videro in tempo estivo soggiornare presso la casa avita. Lo scenario però più amorevolmente impresso nella mente e nel cuore del Nostro è la sua Delia, tanto che in PEANA, composta per il suo paese natale il 29 dicembre 1985, lo fa emergere tutto. “Mi esaltavo in tanta genitura” -dice Scutellà con orgoglio di esser deliese-  e “quindi dal tetto avito /non mi son mai scostato; / anche se giullare peregrino, girovago nel pegno di creare/ l’opre ed i carmi, fusi in nuovi accordi, / son sempre lieto a rimarcare l’orme / degli anni tenerelli che mi desti”. E soggiunge: “ Sì, son peregrino di venturema porto alle tue soglie le delizie / con l’ali spante, quando torno all’Alpe,come gli uccelli in tempo di migrare”

Mi trova gradita l’idea di chiudere questa mia umile dissertazione su un questo conterraneo genio del pre- aspromontano “suol ferace” con la stessa “apoteosi” al suo natale “paese vecchio e nuovo”:

Ave, mio dolcissimo paese
di gente amica, più che riverente,
in ogni magistrale esaltazione.
Ave, paese mio splendore arcano,
sotto fulgenti stelle a gran ventura,
che fanno dimoiare le tue nevi
in turgide cascate:
bisogni della terra fino al mare”.


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